A mio giudizio, in scienza e coscienza, gli uffici dei Centri di Assistenza Fiscali non possono assolutamente richiedere la certificazione verde per l’ingresso e, coloro che lo facessero, commetterebbero un abuso.

La disposizione di riferimento è il comma 1-bis dell’art. 9 bis del decreto legge 22 aprile n. 2021, n. 52, convertito con modificazioni dalla legge 17 giugno 2021, n. 87, nel testo introdotto dall’art. 3, comma 1, del decreto legge 1 del 2022.

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Secondo tale disposizione:

«1-bis. Fino al 31 marzo 2022, e’  consentito esclusivamente ai soggetti in possesso di una delle certificazioni verdi  COVID-19, di cui all’articolo 9, comma  2,  l’accesso ai seguenti servizi e attivita’, nell’ambito del territorio nazionale: 

          a) servizi alla persona; 

          b) pubblici uffici, servizi postali, bancari e  finanziari,

attività commerciali, fatti salvi quelli necessari per assicurare il soddisfacimento di esigenze  essenziali  e  primarie  della  persona, individuate con decreto del Presidente del Consiglio dei ministri…»

Il centro di assistenza fiscale non è né un ufficio pubblico, né un esercizio commerciale e quindi non rientra nell’ambito di applicazione della normativa in esame.

I Centri Autorizzati di Assistenza Fiscale e l’istituto dell’assistenza fiscale sono stati introdotti nel nostro ordinamento dall’articolo 78 della legge 30 dicembre 1991, n. 413

Dal punto di vista della loro natura giuridica, essi sono società a responsabilità limitate, dunque non sono affatto soggetti pubblici, ma privati, avendo assunto la forma tipica delle organizzazioni tra privati.

Essi, peraltro, non sono esercizi commerciali di rivendita, ma svolgono una funziona di assistenza fiscale di rilievo sociale che tuttavia non è tale da mutarne la natura giuridica.

Queste considerazioni sono già da sole assorbenti la materia. 

Per completezza, va ricordato che l’art. 14 delle preleggi recita quanto segue: 

«14 Preleggi – Applicazione delle leggi penali ed eccezionali. Le leggi penali e quelle che fanno eccezione a regole generali o ad altre leggi non si applicano oltre i casi e i tempi in esse considerati.» 

Sulla natura eccezionale della decretazione d’urgenza emessa dal governo negli ultimi due anni per l’emergenza sanitaria, sia per ciò che concerne gli scopi della normazione sia per ciò che ne riguarda gli effetti, che in molti casi hanno comportato la grave compressione di diritti fondamentali, come – nel caso in esame – quello degli individui di entrare, banalmente, in un negozio, e, di conseguenza, il diritto di iniziativa economica, credo che davvero nessuno possa nutrire alcun dubbio.

Trattandosi di normazione, dunque, avente natura eccezionale, la stessa deve essere interpretata, così come previsto dalla norma fondamentale contenuta all’articolo 14 delle preleggi, in modo rigoroso, tassativo e restrittivo, non potendosi ricomprendere al suo interno ipotesi non specificamene considerate.

Se il legislatore, dunque, avesse voluto includere anche i CAF tra gli uffici per l’ingresso nei quali sarebbe stato necessaria la certificazione verde, avrebbe dovuto dirlo espressamente, non rientrando gli stessi in alcun modo né nella categoria degli uffici pubblici, essendo società di capitali di natura privata, né in quello degli esercizi commerciali, non essendo affatto negozi in cui si pratichi commerci di alcun tipo.

In tale quadro giuridico, il rifiuto da parte degli addetti ad un ufficio CAF di consentire l’ingresso di una persona sprovvista di green pass è sicuramente illegittimo e potrebbe anche concretizzare un illecito di natura penale, dal momento che i centri sono stati istituti per legge per rendere un pubblico servizio, anche se tramite uno strumento di natura privatistica.

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Pubblicato da Tiziano Solignani

counselor, professional coach, avvocato

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