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Palermo, difterite sospetta e genitori indagati

1) La morte di una bambina e l’apertura dell’inchiesta.

La Procura di Palermo ha iscritto nel registro degli indagati i genitori di una bambina di quattro anni morta nella notte del 20 agosto 2026 all’Ospedale dei Bambini “Di Cristina”. L’ipotesi di reato è omicidio colposo in relazione alla mancata vaccinazione contro la difterite.

Parallelamente, la Procura per i minorenni ha aperto un fascicolo civile per valutare la responsabilità genitoriale e la situazione degli altri figli della coppia. Si tratta di due procedimenti diversi: uno penale, diretto ad accertare eventuali responsabilità per il decesso, e uno civile, rivolto alla tutela dei minori.

La bambina non aveva ricevuto la vaccinazione antidifterica. Questo elemento è al centro degli accertamenti, ma non esaurisce le domande alle quali gli inquirenti dovranno rispondere. Devono ancora essere definite la causa medica del decesso, la sequenza delle cure e l’esistenza di un eventuale nesso causale penalmente rilevante.

2) La cronologia dei ricoveri.

Secondo la ricostruzione finora disponibile, il 13 agosto la bambina è stata portata al pronto soccorso dell’ospedale Cervello con febbre, ridotta alimentazione e vomito. Dopo circa due ore è stata dimessa con una diagnosi di tonsillite essudativa febbrile e con l’indicazione di tornare in ospedale in caso di peggioramento.

Il 15 agosto i genitori l’hanno riportata al pronto soccorso pediatrico. Le condizioni erano peggiorate: la febbre non rispondeva al trattamento e la bambina rifiutava di alimentarsi, apparendo debole e poco reattiva.

Il giorno successivo, dopo l’insorgenza di insufficienza respiratoria, è stata intubata e trasferita nella terapia intensiva pediatrica del “Di Cristina”. Il quadro clinico ha poi richiesto ulteriori trattamenti di supporto, compreso il ricorso alla circolazione extracorporea. Nonostante gli interventi eseguiti, la bambina è morta nella notte del 20 agosto.

Le informazioni diffuse dall’Azienda ospedaliera e riprese dal servizio pubblico radiotelevisivo riferiscono che la diagnosi di difterite è stata formulata il 16 agosto e che subito dopo è stato attivato il protocollo per limitare la trasmissione dell’infezione.

3) L’autopsia dovrà chiarire la causa della morte.

La Regione Siciliana, nella sua comunicazione ufficiale del 20 agosto, ha parlato di sospetta difterite. Le prime analisi hanno orientato i sanitari verso questa diagnosi, mentre gli accertamenti di laboratorio e medico-legali devono completare il quadro.

La Procura ha disposto l’autopsia, programmata per mercoledì 26 agosto. L’esame dovrà contribuire a stabilire con precisione la causa del decesso e la sequenza degli eventi clinici. Sono state inoltre acquisite le cartelle sanitarie relative ai diversi accessi in ospedale.

L’iscrizione dei genitori nel registro degli indagati consente loro di esercitare le garanzie difensive previste per un accertamento irripetibile come l’autopsia, compresa la possibilità di nominare propri consulenti. Al momento non esiste una sentenza e non è stata accertata alcuna responsabilità.

4) Che cosa significa l’ipotesi di omicidio colposo.

L’articolo 589 del Codice penale disciplina l’omicidio colposo. Nel caso in esame, l’ipotesi della Procura è che l’omessa vaccinazione obbligatoria possa avere avuto un ruolo causale nella morte della bambina.

Questa è, allo stato, una tesi investigativa. Per sostenerla nel procedimento penale dovranno essere raccolti e valutati elementi medici e giuridici, compresi gli esiti dell’autopsia, gli accertamenti microbiologici, la documentazione vaccinale e le cartelle cliniche.

La vaccinazione antidifterica rientra tra quelle obbligatorie per i minori secondo la legge 31 luglio 2017, n. 119. L’esistenza dell’obbligo costituisce un dato normativo; l’eventuale responsabilità penale personale, invece, può essere stabilita soltanto al termine degli accertamenti e nel rispetto della presunzione di innocenza.

5) Il cuginetto positivo e le misure sanitarie.

Un cuginetto della bambina, della stessa età, è stato ricoverato all’Ospedale dei Bambini ed è risultato positivo al batterio della difterite. Secondo quanto comunicato dal direttore sanitario dell’Azienda ospedaliera, il bambino è vaccinato, presenta immunoglobuline antidifteriche a un livello considerato protettivo e sta migliorando clinicamente. Rimane in osservazione e in isolamento, con il controllo delle diverse funzioni organiche.

La positività del bambino è stata confermata il 22 agosto. La notizia e l’aggiornamento sulle sue condizioni sono stati riferiti dalla TGR Sicilia.

Per le persone entrate in contatto con il caso sono state attivate le misure di profilassi previste. Al personale sanitario coinvolto nell’assistenza sono stati somministrati antibiotici e, quando indicato, un richiamo vaccinale. Anche la posizione vaccinale dei familiari e degli altri contatti viene verificata nell’ambito del tracciamento.

6) Che cos’è la difterite.

L’Istituto Superiore di Sanità descrive la difterite come una malattia infettiva acuta causata da batteri capaci di produrre una tossina. Nella forma respiratoria può interessare naso, gola e vie aeree, con la formazione di membrane che rendono difficili la respirazione e la deglutizione. La tossina può inoltre provocare complicazioni a carico del cuore, dei nervi e di altri organi.

La trasmissione avviene soprattutto attraverso le goccioline respiratorie emesse da una persona infetta. I sintomi possono iniziare con mal di gola, febbre, debolezza e gonfiore dei linfonodi del collo. La diagnosi viene confermata con esami microbiologici, ma in presenza di un caso sospetto il trattamento non deve attendere l’esito definitivo del laboratorio.

Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, il trattamento comprende l’antitossina difterica e gli antibiotici. I contatti stretti vengono sottoposti a profilassi e al controllo dello stato vaccinale. Il calendario vaccinale del Ministero della Salute prevede il ciclo di base contro la difterite nel primo anno di vita, normalmente mediante vaccino esavalente, seguito dai richiami previsti nelle età successive.

7) Gli accertamenti ancora aperti.

Nei prossimi giorni l’attenzione sarà concentrata sull’autopsia e sugli esami di laboratorio. Gli inquirenti dovranno ricostruire l’intero percorso clinico, dal primo accesso al pronto soccorso fino al trasferimento in terapia intensiva, e valutare tutti gli elementi utili a chiarire l’accaduto.

Restano quindi aperte diverse verifiche: la conferma definitiva della causa della morte, il momento in cui l’infezione è stata contratta, il nesso tra il quadro clinico e la mancata vaccinazione, la correttezza delle procedure sanitarie e la situazione degli altri minori interessati dai controlli.

Fino alla conclusione di questi accertamenti, i dati disponibili consentono di riferire l’esistenza dell’indagine, l’ipotesi formulata dalla Procura e le misure adottate dalle autorità sanitarie. Non consentono di anticipare l’esito del procedimento né di attribuire responsabilità già accertate.

8) Passa all’azione.

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news giuridiche

Sospensione Covid illegittima: l’Ausl paga il conto

1) Una lavoratrice riottiene ciò che le era stato tolto.

Il Tribunale di Modena, con una sentenza del 26 giugno 2026, ha dichiarato illegittima la sospensione dal servizio e dalla retribuzione adottata dall’Azienda Usl di Modena il 26 agosto 2021 nei confronti di una dipendente che non aveva adempiuto all’obbligo vaccinale contro il Covid-19.

L’Azienda ha quindi disposto il pagamento degli stipendi non percepiti dal 27 agosto 2021 al 10 gennaio 2022, con interessi, rivalutazione e una parte delle spese processuali. L’atto con cui l’Ausl dà esecuzione alla sentenza è rintracciabile attraverso il suo Albo online.

La notizia merita attenzione perché restituisce concretezza a parole spesso pronunciate in astratto: sospensione, obbligo, retribuzione, dignità. Dietro quelle parole c’è stata una persona privata per mesi del lavoro e dello stipendio, costretta poi ad attendere quasi cinque anni per ottenere una decisione favorevole.

2) Le cifre raccontano anche il costo dell’errore.

Le voci economiche rese note sono queste:

  • 14.884 euro lordi per le retribuzioni non corrisposte;

  • 4.271 euro per interessi legali e rivalutazione monetaria;

  • 4.204,03 euro, oneri compresi, per le spese legali poste a carico dell’Azienda.

Le prime due voci ammontano a 19.155 euro. Se si aggiungono anche le spese legali, l’esborso complessivo indicato arriva a 23.359,03 euro. È dunque più corretto distinguere gli arretrati e gli accessori dalle spese di causa, evitando formule giornalistiche approssimative come “risarcimento di quasi ventimila euro”.

Non si tratta, infatti, di un indennizzo per un danno da vaccino. Il cuore della condanna è la restituzione delle retribuzioni che il giudice ha ritenuto indebitamente sottratte, oltre agli accessori e alle spese processuali. Le parole contano, soprattutto quando si parla di sentenze.

3) Che cosa stabiliva la legge nell’agosto 2021.

Alla data della sospensione era in vigore l’articolo 4 del decreto-legge 1 aprile 2021, n. 44. La norma aveva introdotto l’obbligo vaccinale per gli esercenti le professioni sanitarie e per gli operatori di interesse sanitario, collegandolo alla tutela della salute pubblica e alla sicurezza delle prestazioni di cura e assistenza.

Soltanto in seguito, con il decreto-legge 26 novembre 2021, n. 172, il legislatore introdusse l’articolo 4-ter e ampliò l’obbligo ad altre categorie, compreso il personale che svolgeva a qualsiasi titolo la propria attività in determinate strutture sanitarie e sociosanitarie.

Questa successione di norme è decisiva. Un’Azienda sanitaria non poteva limitarsi a ragionare così: “lavora per noi, dunque deve essere sospesa”. Doveva verificare se quella specifica lavoratrice rientrasse davvero, in quel preciso momento, tra i soggetti obbligati dalla legge e se il procedimento fosse stato seguito correttamente.

Il Tribunale ha concluso che quel provvedimento era illegittimo. Senza il testo integrale della motivazione non sarebbe serio inventare la ragione esatta della decisione o trasformarla in una pronuncia generale. È invece legittimo osservare che, in uno Stato di diritto, nemmeno l’emergenza autorizza un’amministrazione ad ampliare per analogia una misura tanto grave quanto la privazione dello stipendio.

4) Una sentenza importante, ma senza slogan opposti.

Il caso non dimostra che tutti gli obblighi vaccinali contro il Covid fossero giuridicamente inesistenti. La Corte costituzionale, con la sentenza n. 15 del 2023, ha respinto diverse questioni riferite agli obblighi e alle sospensioni previsti per determinate categorie. Con la sentenza n. 186 del 2023 ha inoltre giudicato non irragionevole, nel quadro normativo allora esaminato, l’obbligo per il personale operante nelle strutture indicate dall’articolo 8-ter del decreto legislativo n. 502 del 1992.

Ma neppure queste decisioni consegnavano alle Aziende sanitarie una delega in bianco. Una legge può superare il controllo di costituzionalità e, nello stesso tempo, essere applicata illegittimamente in un caso concreto. Sono piani diversi: la Corte costituzionale giudica la norma; il giudice del lavoro verifica se il datore l’abbia applicata correttamente alla persona che ha davanti.

Per questo non servono slogan speculari. Non è corretto dire che questa sentenza “cancella l’obbligo vaccinale”; è altrettanto scorretto minimizzarla come un dettaglio tecnico. La decisione afferma qualcosa di molto concreto: in quel caso la sospensione non poteva essere disposta e gli stipendi devono essere restituiti.

5) Prima si colpisce la persona, poi paga la collettività.

L’aspetto più amaro è che l’errore amministrativo produce due vittime. La prima è la lavoratrice, rimasta senza retribuzione e costretta a sostenere un giudizio. La seconda è la collettività, perché arretrati, rivalutazione, interessi e spese legali gravano sul bilancio pubblico.

Il dirigente che firma un provvedimento può aver agito nella convinzione di applicare la legge. Ma proprio nei periodi di emergenza il dovere di verificare presupposti, competenza, proporzionalità e garanzie procedurali dovrebbe diventare più rigoroso, non più debole. Quando una misura incide sul sostentamento di una persona, l’automatismo burocratico non è prudenza: è rinuncia alla responsabilità.

Non basta poi contabilizzare la condanna in un fondo rischi e voltare pagina. Sarebbe utile sapere:

  • quanti provvedimenti analoghi furono adottati;
  • quanti contenziosi sono ancora pendenti;

  • quale costo complessivo hanno prodotto per il servizio sanitario;

  • se siano state modificate le procedure interne che hanno generato l’errore.

La trasparenza non serve a cercare un colpevole simbolico. Serve a evitare che la stessa logica si ripresenti alla prossima emergenza.

6) Il tempo giudiziario non restituisce cinque anni di vita.

La sospensione risale all’agosto 2021; la sentenza è arrivata nel giugno 2026. Anche quando la giustizia riconosce il torto, il tempo trascorso non può essere restituito. Gli interessi e la rivalutazione correggono parzialmente la perdita economica, ma non cancellano l’incertezza, l’umiliazione e il peso di una controversia durata anni.

È uno dei motivi per cui continuiamo a insistere sul dovere di ricordare. Nel post Draghi, Green Pass e il dovere di non dimenticare abbiamo ricordato quanto rapidamente limitazioni allora impensabili siano entrate nella normalità. E già nel 2022, commentando la prima decisione della Consulta in La Corte costituzionale dice sì all’obbligo vaccinale, avevamo segnalato quanto delicato fosse il rapporto tra tutela collettiva, lavoro e libertà personale.

Ricordare non significa alterare i fatti per adattarli alla propria tesi. Significa conservarli con precisione, compresi quelli che rendono il quadro più complesso. Proprio questa precisione permette di riconoscere gli abusi veri e di non confonderli con le polemiche costruite.

7) Che cosa può fare chi ha subito una sospensione.

Questa sentenza non produce automaticamente effetti a favore di tutti gli altri lavoratori sospesi. Ogni posizione dipende dalla professione, dalle mansioni, dalla sede di lavoro, dalla norma vigente nel periodo interessato, dalla motivazione del provvedimento e dai termini entro cui il diritto è stato fatto valere.

Chi ritiene di avere subito una sospensione illegittima dovrebbe quindi recuperare almeno:

  • il provvedimento di sospensione e tutte le comunicazioni ricevute;
  • il contratto, l’inquadramento e la descrizione delle mansioni effettive;

  • le buste paga precedenti e successive alla sospensione;

  • la documentazione sulla sede in cui lavorava e sugli eventuali contatti con pazienti;

  • gli atti già inviati all’Azienda, all’Ordine professionale o ad altri enti.

Occorre poi far esaminare il fascicolo da un avvocato, senza affidarsi alla semplice somiglianza con un titolo di giornale. Possono incidere prescrizione, decadenze, giudicati già formati e differenze normative anche di pochi mesi.

8) La lezione è il limite del potere.

La pandemia ha abituato molti a considerare ogni provvedimento restrittivo come inevitabile e ogni obiezione come irresponsabile. Questa sentenza ricorda invece una regola elementare: il potere pubblico deve restare dentro i confini della legge anche quando sostiene di agire per proteggere la salute.

Una dipendente ha dovuto rivolgersi al giudice per vedersi riconoscere stipendi che non avrebbero dovuto esserle tolti. L’Ausl ora paga, ma paga con denaro pubblico. Perciò non basta celebrare la vittoria individuale: bisogna pretendere spiegazioni, dati e procedure capaci di impedire che un errore simile venga ripetuto.

La prossima emergenza, qualunque ne sia la natura, non dovrà trovarci senza memoria. La legalità non è un ostacolo alla salute pubblica. È ciò che impedisce alla tutela della salute di trasformarsi in un potere senza limiti.

9) Passa all’azione.

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riflessioni

Fauci tace, il diario parla. Chi risponde in Italia?

1) Quando chi parlava sempre sceglie il silenzio.

Per anni Anthony Fauci è stato una delle voci più ascoltate al mondo. Appariva nelle conferenze stampa, nei telegiornali, nei talk show e sulle copertine delle riviste. Le sue parole non restavano confinate negli Stati Uniti: contribuivano a definire il perimetro di ciò che poteva essere detto sulla pandemia, sulle sue origini e sulle misure adottate per affrontarla.

Il 29 luglio 2026, davanti alla Commissione per la sicurezza interna e gli affari governativi del Senato americano, lo scenario si è capovolto. Fauci, convocato sotto giuramento, si è avvalso più di cento volte del Quinto emendamento, rifiutandosi di rispondere alle domande per non rischiare di incriminare sé stesso.

Il silenzio non equivale a una confessione e il diritto di non rispondere vale anche per le persone che non ci piacciono. Questo principio non va piegato alla convenienza politica. Ma resta una scena potentissima: l’uomo presentato per anni come incarnazione della competenza scientifica non ha voluto chiarire davanti al Congresso le decisioni, le comunicazioni e i rapporti istituzionali della stagione Covid.

La pagina ufficiale dell’audizione al Senato documenta data, sede e ruolo del testimone. Il 6 agosto la commissione, con un voto lungo le linee di partito, ha approvato una risoluzione per oltraggio al Congresso e trasmesso la questione al Dipartimento di Giustizia. È importante dirlo correttamente: si tratta di un deferimento politico-istituzionale, non di una condanna penale definitiva.

2) Il diario di Fauci non è una sentenza, ma apre domande.

Pochi giorni prima dell’audizione, il senatore Rand Paul aveva reso pubbliche più di mille pagine del diario tenuto da Fauci dal dicembre 2019 al dicembre 2022. Sono annotazioni quotidiane che raccontano riunioni, telefonate, dubbi, tensioni con Donald Trump e crescente notorietà mediatica.

Il diario non contiene la confessione semplice e totale che alcuni gli attribuiscono. Non vi si legge una prova conclusiva dell’origine artificiale del virus, né l’ammissione che ogni misura sanitaria fosse priva di fondamento. Un resoconto dell’Associated Press sul diario di Fauci osserva, per esempio, che in una nota del gennaio 2020 Fauci formulava sull’origine naturale una valutazione molto simile a quella poi espressa pubblicamente.

Questo non rende il documento irrilevante. Al contrario, il diario conferma che l’ipotesi di un incidente di laboratorio fu discussa fin dall’inizio ai massimi livelli e che tra gli scienziati esistevano dubbi reali. Il problema politico nasce dal contrasto tra quella complessità privata e il modo spesso categorico con cui il dibattito pubblico fu successivamente delimitato. Un’ipotesi ancora aperta venne troppo facilmente trattata come una fantasia indegna di discussione.

Il diario mostra anche quanto Fauci fosse immerso nel circuito della celebrità mediatica. Annotava interviste, apprezzamenti di personaggi famosi e il proprio crescente ruolo pubblico mentre il Paese attraversava una tragedia. Non è un reato compiacersi dell’attenzione ricevuta, ma è legittimo domandarsi se quella trasformazione da funzionario a icona abbia favorito una personalizzazione dannosa della scienza.

La scienza non dovrebbe dipendere dalla credibilità di un uomo solo. Ha bisogno di dati accessibili, conflitto tra ipotesi, controlli indipendenti e possibilità di correggere gli errori senza trasformare ogni revisione in un tradimento.

3) Il punto non è proclamare un nuovo dogma.

Sarebbe un errore sostituire il dogma di ieri con quello opposto. L’origine di SARS-CoV-2 non è stata definitivamente provata in un senso o nell’altro. Il diario di Fauci non risolve da solo la questione, così come l’invocazione del Quinto emendamento non dimostra automaticamente una colpa.

La critica seria deve resistere alla tentazione dell’esagerazione. Se attribuiamo a un documento parole che non contiene, offriamo a chi non vuole discutere l’occasione perfetta per liquidare tutto come disinformazione. Le domande più solide sono già abbastanza gravi senza bisogno di essere gonfiate.

Perché l’ipotesi del laboratorio fu pubblicamente marginalizzata quando era discussa in privato? Quale ruolo ebbero le strutture finanziate dal NIAID nella ricerca sui coronavirus? Come furono gestiti i conflitti di interesse? Perché una parte della comunicazione sanitaria trasformò valutazioni provvisorie in certezze morali? E perché oggi ottenere risposte richiede audizioni, mandati e pubblicazioni forzate di documenti?

La vicenda americana ci ricorda che “fidarsi della scienza” non può significare fidarsi ciecamente di chi parla in suo nome. Significa pretendere procedure verificabili anche quando l’emergenza spinge tutti ad avere fretta.

4) In Italia gli Ordini eseguirono la legge, ma non solo.

In Italia l’obbligo vaccinale per gli esercenti le professioni sanitarie fu introdotto dal decreto-legge 1 aprile 2021, n. 44. La vaccinazione divenne requisito essenziale per esercitare la professione e l’accertamento dell’inadempimento determinava l’immediata sospensione. Dopo le modifiche normative, agli Ordini territoriali furono attribuite verifiche, comunicazioni e annotazioni nell’Albo.

Questo dato impedisce una semplificazione: gli Ordini dei medici non inventarono autonomamente l’obbligo. Applicarono una legge dello Stato. La stessa norma qualificava la sospensione come dichiarativa e non disciplinare. Anche la Corte costituzionale, valutando le conoscenze disponibili in quel momento, ritenne non irragionevole né sproporzionata la scelta legislativa.

Ma “eseguivamo la legge” non basta a chiudere il giudizio storico e deontologico. Un Ordine professionale non è un semplice terminale informatico. Dovrebbe tutelare la dignità degli iscritti, vigilare sul consenso informato, garantire il contraddittorio e conservare uno spazio per il dubbio clinico. Avrebbe potuto applicare la norma senza adottare il linguaggio della colpevolizzazione e senza confondere l’inadempimento amministrativo con l’indegnità morale.

Le comunicazioni della FNOMCeO mostrano quanto fosse concreta la macchina delle sospensioni: annotazione immediata, comunicazione alla Federazione e al datore di lavoro, permanenza del provvedimento fino all’adempimento. La comunicazione FNOMCeO del 6 dicembre 2021 rende visibile questa catena operativa.

Il punto critico è il comportamento complessivo: l’assenza di una difesa pubblica altrettanto forte per chi chiedeva valutazioni individuali, la scarsa tolleranza verso il dissenso interno e l’adesione quasi totale alla narrazione governativa. Ne avevo già parlato nel post Ordine dei Medici denuncia “no vax”, ricordando quanto fosse improprio usare un’etichetta indistinta al posto dell’analisi dei singoli casi.

5) Trasmissione, protezione e consenso furono confusi.

Uno dei nodi più delicati riguarda la trasmissione. I vaccini Covid furono autorizzati principalmente per proteggere dalla malattia, non sulla base di una specifica autorizzazione a impedire il passaggio del virus da una persona all’altra. Gli studi successivi hanno mostrato che la vaccinazione poteva ridurre anche il rischio di infezione e trasmissione, soprattutto con le prime varianti, ma senza eliminarlo e con un’efficacia diminuita nel tempo e con Omicron.

Questa distinzione, oggi spiegata chiaramente anche dall’Agenzia europea per i medicinali, avrebbe dovuto essere centrale nel dibattito italiano. Invece la protezione dalla malattia grave, la riduzione temporanea della trasmissione e l’impossibilità di contagiare furono spesso messe nello stesso contenitore comunicativo.

Anche la sicurezza meritava un linguaggio più preciso. Le autorità hanno riconosciuto eventi avversi rari, tra cui miocardite e pericardite associate ai vaccini a mRNA in determinati gruppi. L’AIFA pubblica i rapporti di farmacovigilanza, che devono essere letti distinguendo una segnalazione temporale da un nesso causale accertato.

Non è corretto sostenere che ogni malattia comparsa dopo una dose sia stata provocata dal vaccino. È altrettanto scorretto trattare chi segnala un danno come un nemico della scienza. Il consenso informato richiede entrambe le cose: non inventare causalità e non nascondere rischi, limiti e incertezze.

6) I media italiani scelsero quasi tutti lo stesso campo.

Durante la campagna vaccinale, la grande maggioranza dei media italiani sostenne la vaccinazione e, molto spesso, anche gli strumenti coercitivi costruiti intorno a essa. Non si può parlare di unanimità matematica: alcune testate diedero spazio agli eventi avversi, ai dubbi su AstraZeneca, alle proteste contro il Green Pass e a posizioni critiche. Ma il tono prevalente fu chiaramente favorevole alla linea istituzionale.

Il problema non era spiegare i benefici dei vaccini. Esistevano dati solidi sulla riduzione della malattia grave e della mortalità, specialmente nelle persone anziane e fragili. Il problema era la quasi scomparsa delle distinzioni, il ricorso alle etichette e la trasformazione del giornalismo in una campagna pedagogica.

Troppo spesso non si discuteva se un obbligo fosse proporzionato per ogni fascia di età e condizione personale; si decideva chi fosse responsabile e chi no. Non si confrontavano apertamente le incertezze; si convocavano gli stessi esperti, si ripetevano le stesse formule e si relegava il dissenso in una categoria indistinta popolata da ignoranti, estremisti e complottisti.

Il Reuters Institute rilevò già nel 2021 la scarsità di giornalisti scientifici specializzati e una copertura italiana della pandemia e dei vaccini sensazionalistica, contraddittoria e concentrata sulle indiscrezioni sulle restrizioni. Questo giudizio è più utile di qualsiasi teoria di una regia unica: descrive un sistema mediatico che, per impreparazione, conformismo e ricerca dell’audience, finì spesso per amplificare il potere invece di controllarlo.

Su questo blog avevo denunciato il problema in Media: quanto può essere grande il marciume?. Oggi la domanda resta la stessa: chi ha usato toni assoluti ha il coraggio di riesaminare pubblicamente ciò che disse?

7) La responsabilità comincia dalla memoria.

Il caso Fauci non deve diventare un alibi per dimenticare le responsabilità italiane. Negli Stati Uniti il confronto è durissimo, politicizzato e talvolta fazioso, ma documenti, audizioni e voti parlamentari costringono almeno le istituzioni a tornare sui fatti.

In Italia la discussione appare molto più debole. Gli Ordini ricordano di avere applicato la legge, i politici si rifugiano nell’emergenza e i media cambiano argomento. Eppure migliaia di professionisti furono sospesi, milioni di cittadini subirono limitazioni e l’intero Paese venne diviso secondo il possesso di una certificazione.

Nel recente articolo Draghi, Green Pass e il dovere di non dimenticare ho ricordato che quelle misure non sono oggi operative, ma il precedente politico e amministrativo resta. Proprio per questo serve una ricostruzione onesta, non una vendetta.

Rispondere significa pubblicare i documenti, distinguere i dati dalle decisioni politiche, ascoltare chi ha subito danni, riconoscere gli errori di comunicazione e valutare le responsabilità caso per caso. Non significa condannare tutti i medici, tutti i giornalisti o tutti i vaccinati. Le generalizzazioni che critichiamo non diventano accettabili quando le usiamo contro gli altri.

La lezione più importante è semplice: nessuna autorità deve essere trasformata in un oracolo. Chi esercita potere sanitario, politico o mediatico deve poter essere interrogato. E quando le domande arrivano, il silenzio può essere un diritto individuale, ma non può diventare la risposta collettiva delle istituzioni.

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comunicati

Buon Ferragosto: libertà, comunità e pensiero critico

1) Buon Ferragosto, nel rispetto delle scelte di ciascuno.

Buon Ferragosto a te che segui Noi non vaccinati. Ti auguro una giornata libera, serena e condivisa con le persone che hai scelto, qualunque sia il luogo in cui ti trovi e qualunque forma abbiano preso le tue ferie.

Io sono via e tornerò a Vignola il 25 agosto, ma resto pienamente operativo. La fotografia scattata durante il viaggio in camper esprime bene una libertà concreta: potersi spostare e riposare senza rendersi irreperibili quando qualcuno ha davvero bisogno.

viaggio in camper a ferragosto

2) Di che cosa si occupa Noi non vaccinati.

Il blog nasce come spazio di informazione e confronto su libertà individuali, diritti, sanità, discriminazioni e conseguenze sociali e giuridiche delle scelte compiute negli anni dell’emergenza. Conserva una memoria che non deve essere cancellata soltanto perché l’attenzione pubblica si è spostata altrove.

Dietro ogni articolo ci sono ricerca, lettura di norme e provvedimenti, verifica delle fonti, esperienza professionale e disponibilità a mettere in discussione le narrazioni dominanti. Il lavoro più importante è mantenere aperto il dubbio senza trasformarlo in un’altra forma di dogmatismo.

3) In che modo posso aiutarti.

Posso aiutarti a comprendere una situazione giuridica, valutare documenti, sanzioni o provvedimenti, impostare una strategia e distinguere ciò che è dimostrabile da ciò che è soltanto percepito. Posso anche offrirti uno spazio di ascolto quando l’esperienza vissuta ha lasciato rabbia, isolamento o sfiducia.

Questo blog, inoltre, può aiutarti a ritrovare una comunità di lettori con cui discutere nel merito, senza pretendere uniformità assoluta di opinioni.

4) Anche in viaggio resto operativo.

Nel post pubblicato oggi su Avvocati dal volto umano, Aperto per ferie: dal camper continuo a riceverti, ho spiegato come posso continuare a lavorare dal camper grazie a connessioni e strumenti di riserva.

Rientrerò a Vignola il 25 agosto. Fino ad allora posso svolgere appuntamenti a distanza e valutare le necessità che non possono attendere il rientro. Essere liberi significa anche organizzarsi per non dipendere inutilmente da un solo luogo.

5) Il programma di oggi: una bella grigliata.

Oggi farò una bella grigliata. Nella fotografia carne e patate stanno cuocendo sulla piastra: niente dibattiti astratti, soltanto la libertà di stare insieme e scegliere che cosa mettere in tavola.

grigliata di ferragosto

La festa può essere anche questo: tornare a gesti ordinari, condividere il cibo e parlare guardandosi in faccia.

6) Gli auguri arrivano anche da Yuudai.

Buon Ferragosto anche da parte di Yuudai. Nella foto è seduto al fresco, allegro e soddisfatto. Non sappiamo quale sia la sua posizione sui grandi temi del nostro tempo, ma sulla grigliata sembra avere idee molto chiare.

yuudai auguri di ferragosto

7) Segui anche gli altri blog.

Noi non vaccinati è uno dei diversi spazi che curo. Puoi visitare anche:

8) I miei profili social personali.

Se vuoi seguirmi anche fuori dal blog, mi trovi qui:

9) Racconta il tuo Ferragosto.

Lascia un commento e dimmi dove sei: in ferie, al lavoro, in camper, in albergo, a casa o altrove? Che cosa fai oggi e che cosa mangerai? Questo spazio vive anche delle esperienze diverse dei lettori, purché raccontate con libertà e rispetto.

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riflessioni

Draghi, Green Pass e il dovere di non dimenticare

1) Prima della pandemia non lo avremmo creduto possibile.

Prima del 2020, se qualcuno ci avesse raccontato ciò che sarebbe accaduto negli anni successivi, probabilmente lo avremmo preso per un visionario. Sarebbe sembrato impossibile immaginare città svuotate, persone chiuse in casa, autocertificazioni per uscire, attività sospese, scuole trasformate e rapporti umani regolati da decreti, codici QR e controlli all’ingresso.

Ancora più difficile sarebbe stato immaginare che un presidente del Consiglio potesse presentare una certificazione sanitaria come requisito per lavorare, viaggiare e partecipare a una parte essenziale della vita sociale. Eppure è accaduto. Lo abbiamo visto, vissuto e, in molti casi, pagato sulla nostra pelle.

Oggi tutto questo appare lontanissimo. Sono trascorsi pochi anni, ma nella percezione collettiva sembra appartenere a un’altra epoca. È proprio questa distanza psicologica a preoccuparmi: ciò che viene rimosso dalla memoria può essere riproposto più facilmente.

2) La fotografia che non dobbiamo archiviare.

L’immagine che vedi qui è uno screenshot diventato simbolico. Mostra Mario Draghi durante la conferenza stampa del 22 luglio 2021 a Palazzo Chigi. Sul tavolo, davanti a lui, c’è una mascherina. Sotto la fotografia compare la frase con cui il presidente del Consiglio presentò il Green Pass come strumento capace di dare la «garanzia» di trovarsi tra persone non contagiose.

draghi green pass 22 luglio 2021

La citazione non è un’invenzione costruita a posteriori. La cronaca ANSA del 22 luglio 2021 documenta quella dichiarazione, pronunciata durante la conferenza stampa convocata dopo l’approvazione delle nuove misure contro il Covid.

Riletta oggi, quella promessa suona insostenibile. Il Green Pass poteva derivare dalla vaccinazione, dalla guarigione o, nella sua forma base, da un test negativo. Nessuna di queste condizioni poteva offrire la certezza assoluta che una persona non fosse contagiosa nel momento dell’incontro. Presentarlo con la parola «garanzia» significava comunicare al pubblico una sicurezza che lo strumento non era in grado di assicurare.

Io quella comunicazione l’ho vissuta come una presa in giro. Non posso conoscere l’intenzione soggettiva di chi pronunciò quelle parole, ma posso giudicarne il contenuto e gli effetti: un’affermazione categorica fu utilizzata per accompagnare una misura che avrebbe inciso profondamente sulla libertà, sul lavoro e sulla vita quotidiana di milioni di persone.

3) Non fu soltanto una frase infelice.

Sarebbe comodo ridurre tutto a un errore di comunicazione. Il problema, però, non fu una singola frase. Intorno a quel messaggio venne costruito un sistema di obblighi, esclusioni e pressioni che trasformò una scelta sanitaria in una condizione per esercitare diritti e svolgere attività ordinarie.

Il Green Pass fu progressivamente richiesto per entrare in molti luoghi, utilizzare servizi e accedere al lavoro. Chi ne era privo poteva essere considerato assente ingiustificato e perdere la retribuzione. La discussione pubblica venne spesso ridotta a una contrapposizione morale: da una parte i responsabili, dall’altra gli irresponsabili; da una parte chi meritava di partecipare alla società, dall’altra chi doveva essere spinto ai margini.

Non intendo negare la gravità della situazione sanitaria né fingere che governare in quei mesi fosse semplice. Proprio nei momenti difficili, tuttavia, il potere deve essere sottoposto a un controllo più rigoroso. L’emergenza non dovrebbe sospendere la prudenza delle istituzioni, la proporzionalità delle misure e il rispetto per chi solleva dubbi.

Quando la politica chiede sacrifici enormi sulla base di una promessa assoluta, quella promessa deve essere ricordata e verificata. Dimenticarla significherebbe rinunciare alla responsabilità democratica.

4) Le misure sono cessate, ma la lezione resta attuale.

Qui è necessaria una precisazione giuridica. Non sarebbe corretto dire che oggi il Green Pass sia ancora operativo o che un presidente del Consiglio possa riaccenderlo premendo semplicemente un interruttore.

Lo stato di emergenza nazionale per il Covid è terminato il 31 marzo 2022. Il decreto-legge 24 marzo 2022, n. 24 ha disciplinato il ritorno graduale alla normalità. Dal 1° gennaio 2023 la certificazione non è più richiesta per accedere ad attività e servizi; dal luglio 2023, venuta meno la base giuridica nazionale e scaduto il quadro europeo, la piattaforma non rilascia più le certificazioni digitali Covid.

Molte disposizioni erano collegate a termini precisi o allo stato di emergenza e hanno cessato di produrre effetti. Alcune norme sono state modificate o abrogate, mentre il decreto-legge 22 aprile 2021, n. 52 resta nel nostro ordinamento nella sua versione modificata.

Per imporre nuovamente obblighi paragonabili servirebbero quindi nuovi presupposti e nuovi atti normativi, sindacabili dal Parlamento, dai giudici e dalla Corte costituzionale. Questa distinzione è essenziale, perché la critica è più forte quando si fonda sui fatti anziché su una semplificazione facilmente contestabile.

5) L’apparato non è soltanto un insieme di articoli di legge.

Dire che non esiste oggi un Green Pass pronto all’uso non significa affatto che il pericolo sia scomparso. Quando parlo di apparato ancora in piedi, penso a qualcosa di più ampio del testo di un singolo decreto.

Restano il precedente politico, le procedure amministrative sperimentate, le competenze tecniche, il modello dei controlli, la memoria delle piattaforme digitali e soprattutto l’idea, ormai entrata nel campo del possibile, che una certificazione sanitaria possa diventare il lasciapassare per il lavoro e la vita sociale.

Prima della pandemia una misura del genere sarebbe sembrata inconcepibile. Ora sappiamo che può essere progettata, approvata e applicata in tempi molto rapidi se una maggioranza politica ritiene che vi siano le condizioni per farlo. Un futuro governo potrebbe ricostruire un sistema analogo attraverso nuovi decreti-legge e altri provvedimenti emergenziali. Non sarebbe un automatismo e non sarebbe giuridicamente privo di controlli, ma non partirebbe più da zero.

Il precedente abbassa una barriera culturale. Ciò che è già accaduto può essere presentato come una soluzione conosciuta e quindi più facilmente accettabile. Per questo la memoria non è nostalgia, rancore o incapacità di andare avanti: è una forma di prevenzione democratica.

6) Il rischio più grande è abituarsi all’oblio.

Oggi non sembra imminente una nuova situazione identica a quella del 2020 e del 2021. Non viviamo sotto un obbligo generalizzato di certificazione e non avrebbe senso fingere il contrario. La minaccia, però, non deve essere necessariamente presente oggi per meritare attenzione.

Le crisi arrivano spesso senza chiedere permesso. Può trattarsi di una nuova emergenza sanitaria, di un mutamento politico o di una combinazione di paura collettiva, pressione mediatica e debolezza delle opposizioni. In una situazione simile potrebbe tornare al governo una persona disposta a usare gli strumenti dell’emergenza con la stessa durezza, o persino con maggiore determinazione.

Il terreno diventerebbe ancora più favorevole se nel frattempo avessimo dimenticato le promesse non mantenute, le discriminazioni, le sospensioni dal lavoro e la facilità con cui una parte della società accettò che il dissenso venisse trattato come una colpa.

Ricordare non significa sostenere che ogni misura fosse inutile o che ogni decisione fosse animata da malafede. Significa conservare la capacità di distinguere tra dati e propaganda, tra prudenza e certezza artificiale, tra tutela della salute e compressione sproporzionata dei diritti.

7) Perché ho riattivato Noi non vaccinati.

È anche per questo che ho deciso di riattivare Noi non vaccinati. Non perché oggi vi sia un pericolo immediato paragonabile a quello percepito durante la pandemia, ma perché un luogo di memoria e confronto serve soprattutto quando l’attenzione generale cala.

Questo blog vuole raccogliere fatti, documenti, riflessioni e domande che non devono sparire. Vuole ricordare le dichiarazioni pubbliche per ciò che furono, controllare le norme per ciò che davvero prevedono e difendere la possibilità di discutere le politiche sanitarie senza etichette automatiche.

Non dobbiamo aspettare la prossima emergenza per ricostruire ciò che è successo. Quando la paura torna a dominare, lo spazio per ragionare si restringe rapidamente. La memoria va mantenuta viva prima, con calma, precisione e continuità.

Se anche tu ritieni che quegli anni non debbano essere cancellati, iscriviti al blog, conserva i documenti e partecipa alla discussione. Non per vivere rivolti al passato, ma per arrivare più preparati al futuro.

8) Passa all’azione.

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Vaccini pediatrici: Trump cambia rotta, Italia ferma

1) Negli Stati Uniti cambia il paradigma vaccinale.

Con un nuovo ordine esecutivo, Donald Trump ha chiesto all’amministrazione federale americana di proseguire la revisione del calendario delle vaccinazioni pediatriche. Il cuore politico della decisione è chiaro: ridurre il numero dei vaccini raccomandati universalmente, distribuire maggiormente le somministrazioni nel tempo e ampliare lo spazio decisionale dei genitori.

Il calendario federale era già stato ridimensionato nel gennaio 2026: le malattie per le quali la vaccinazione era raccomandata a tutti i bambini erano passate da 17 a 11. Il nuovo intervento presidenziale rilancia e approfondisce quella scelta, chiedendo al Dipartimento della Salute di valutare tempi, sequenze e modalità delle somministrazioni.

Non si tratta dunque di una semplice modifica tecnica. È una rottura politica con l’idea, dominante negli ultimi anni, che ampliare continuamente il calendario vaccinale sia sempre e comunque la strada migliore.

2) Il vaccino MMR dovrà essere separato.

Il passaggio più discusso riguarda il vaccino combinato contro morbillo, parotite e rosolia, noto negli Stati Uniti come MMR e in Italia come MPR. Trump vuole che le tre componenti possano essere somministrate separatamente e, quando possibile, nel corso di visite mediche differenti.

Qui serve una precisazione per non trasformare una notizia vera in un titolo fuorviante: l’ordine non mette immediatamente a disposizione tre vaccini singoli. Negli Stati Uniti, al momento, questi prodotti separati non sono disponibili. L’amministrazione dovrà presentare un piano per renderli accessibili e per rivedere la sequenza complessiva delle vaccinazioni pediatriche.

La differenza è importante. Trump ha indicato una direzione politica e amministrativa; la sua concreta attuazione richiederà passaggi regolatori, valutazioni delle autorità sanitarie e prodotti effettivamente presenti sul mercato.

3) Due letture opposte della stessa decisione.

La base Maga e molti gruppi critici verso le politiche vaccinali hanno accolto la decisione come una vittoria. Vedono nell’ordine un riconoscimento tardivo di domande rimaste troppo spesso senza ascolto: quanti vaccini sono davvero necessari per tutti? È opportuno somministrarne diversi nella stessa seduta? Il calendario tiene sufficientemente conto delle condizioni del singolo bambino? I genitori ricevono informazioni complete e comprensibili?

Una parte consistente del mondo medico e scientifico statunitense, invece, considera la scelta pericolosa. Le associazioni pediatriche ricordano che i vaccini combinati riducono il numero delle iniezioni e delle visite, facilitano il completamento del ciclo nei tempi previsti e sono stati studiati su popolazioni molto ampie. Temono inoltre che moltiplicare gli appuntamenti possa lasciare più bambini scoperti per periodi più lunghi.

Anche la tesi di un rapporto causale tra vaccini e autismo, richiamata più volte da Trump nel dibattito pubblico, è respinta dalla letteratura scientifica prevalente. Per leggere correttamente la vicenda non è necessario ignorare questo dato, né accettare che esso chiuda ogni discussione possibile su numero, tempi, combinazioni, farmacovigilanza e libertà di scelta.

Il punto serio è proprio questo: una domanda non diventa illegittima soltanto perché viene posta da una parte politica sgradita, ma una risposta non diventa scientificamente vera soltanto perché la firma un presidente.

4) Non esiste un unico calendario valido per tutto il mondo.

La revisione americana nasce anche dal confronto con altri Paesi sviluppati. La Danimarca, per esempio, adotta da tempo un calendario pediatrico più ristretto di quello statunitense. I calendari nazionali differiscono perché cambiano la diffusione delle malattie, l’organizzazione sanitaria, le priorità, le risorse e le valutazioni sul rapporto tra benefici e rischi.

Questo confronto ha incrinato l’idea secondo cui il progresso debba coincidere automaticamente con un numero sempre maggiore di vaccinazioni universali. Negli Stati Uniti la revisione è diventata politica ufficiale; altrove esistono da anni calendari più selettivi o raccomandazioni rivolte soltanto alle persone maggiormente esposte.

Sarebbe tuttavia inesatto parlare di una ritirata mondiale uniforme. In Europa convivono modelli molto diversi: alcuni Paesi puntano soprattutto sulla raccomandazione e sulla fiducia, mentre altri mantengono o ampliano gli obblighi. La Francia, per esempio, ha introdotto nuove vaccinazioni obbligatorie per i bambini anche in tempi recenti. Il cambiamento reale, quindi, non è univoco: sta crescendo lo spazio per confrontare modelli diversi, ma la spinta ad aumentare le coperture resta forte in molte istituzioni.

5) In Italia restano dieci vaccinazioni obbligatorie.

In Italia il quadro fondamentale è ancora quello della legge del 2017. Per i minori da zero a sedici anni sono previste dieci vaccinazioni obbligatorie, con conseguenze specifiche per l’accesso ai servizi educativi dell’infanzia e sanzioni nei casi stabiliti dalla normativa.

Il Ministero della Salute continua a presentare questo impianto come parte centrale della prevenzione nazionale. Mentre negli Stati Uniti la Casa Bianca ha trasformato la revisione del calendario in una priorità politica, in Italia non si vede ancora un ripensamento altrettanto netto del sistema costruito durante la stagione dell’emergenza vaccinale.

È questo il ritardo più evidente. Non si tratta di decretare per legge che i vaccini siano tutti inutili o tutti dannosi, affermazione che non sarebbe seria. Si tratta di restituire centralità al consenso informato, alla valutazione individuale, alla trasparenza sui dati e alla possibilità di discutere gli obblighi senza essere espulsi dal dibattito pubblico.

Una democrazia matura dovrebbe riuscire a distinguere tra raccomandazione sanitaria e coercizione giuridica. Dovrebbe inoltre rivalutare periodicamente ogni obbligo, verificando se sia ancora necessario, proporzionato e sostenuto da evidenze aggiornate.

6) La scelta americana impone una discussione anche a noi.

La decisione di Trump non dimostra da sola che un calendario più corto sia migliore. Dimostra però che persino uno dei Paesi che più hanno promosso l’espansione delle vaccinazioni pediatriche considera oggi legittimo riesaminare il proprio modello.

La valutazione comparativa pubblicata dal Dipartimento della Salute statunitense ha messo a confronto gli Stati Uniti con altri Paesi sviluppati. Il nuovo calendario federale distingue ora tra vaccini raccomandati a tutti, vaccini destinati ai gruppi a rischio e scelte da assumere insieme al medico.

È un’impostazione che merita attenzione anche in Italia. Il nostro Paese dovrebbe aprire un confronto pubblico, trasparente e non ideologico su alcuni punti essenziali: la permanenza dei dieci obblighi, l’effettiva necessità di ogni somministrazione universale, la personalizzazione dei calendari, il monitoraggio degli eventi avversi e la qualità del consenso informato.

Il cambiamento internazionale non autorizza facili trionfalismi. Offre però un’occasione: passare dalla contrapposizione tra fedeli e nemici della scienza a una verifica continua delle politiche sanitarie. La scienza autentica non teme le domande, mentre la politica democratica non dovrebbe usare la medicina come scorciatoia per comprimere diritti e responsabilità personali.

Per le decisioni che riguardano la salute tua o dei tuoi figli, confrontati con un professionista sanitario di fiducia e valuta la situazione individuale. Informarsi significa cercare dati, comprendere benefici e rischi e non delegare il proprio giudizio né a uno slogan politico né a un titolo di giornale.

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Nuovi vaccini crescono.

Negli Stati Uniti, Robert Kennedy Jr. ha deciso di rimuovere l’intero gruppo di lavoro sui vaccini a causa di possibili incompatibilità etiche.

In Italia, invece, viene dato il via libera a Kostaive, il primo vaccino a mRNA capace di replicarsi autonomamente, i cui effetti a lungo termine sono ancora sconosciuti.

È sempre più fondamentale opporsi all’influenza delle grandi case farmaceutiche: la tutela della salute pubblica non può essere subordinata agli interessi economici di colossi industriali che sperimentano sulla collettività.

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Eliminate le multe per gli ultracinquantenni.

La cancellazione delle multe da 100€ per i non vaccinati ultracinquantenni è ufficiale.

Lo prevede l’articolo 21, comma 5, del d.l. 27 dicembre 2024, n. 202, in vigore dal 28.12.2024, pubblicato sulla Gazzetta ufficiale del 27 dicembre.

Se hai pagato la multa, non puoi chiedere il rimborso.

Se avevi fatto causa per opporti alla multa, la causa viene estinta di diritto e lo Stato non ti rimborsa le spese che hai avuto per pagare il tuo avvocato.

È un decreto legge, sono possibili modifiche nei prossimi sessanta giorni, ma la vedo improbabile.

Come ti avevo già detto, l’operazione multe agli ultracinquantenni non ha mai avuto natura sanitaria, ma finanziaria.

Per questo le multe sono state solo sospese nella riscossione per molto tempo, e non annullate come adesso, così chi ha pagato ormai non potrà più chiedere il rimborso.

La fase pandemente è solo sospesa e possono riaprirla in qualsiasi momento e in qualsiasi forma.

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Il fegato di un vaccinista che esplode come fa?

Voglio ben sperare che nessuno si sia vaccinato con la convinzione che il vaccino facesse male, ma solo per evitare la multa da 100 euro.

Nessuna persona sana di mente farebbe una cosa del genere: il bene della salute è milioni di volte superiore ad una banconota verde da 100 euro.

Chi pensava che il vaccino facesse bene si è vaccinato, chi pensava il contrario non l’ha fatto, ma il criterio di scelta è sempre stata la salute, non avere cento euro in meno in più.

Può anche darsi che ci sia stato qualche pazzo che si è vaccinato controvoglia solo per non pagare la multa, ma si tratta appunto di un pazzo che non va considerato.

Se le cose stanno in questo modo, dunque, che significato e funzione aveva la multa da 100 euro?

Non era una disposizione di tipo sanitario, perché appunto non è certo servita a fare vaccinare quelli che ne erano contrari.

Era semplicemente una ulteriore tassa che gli ultracinquantenni avrebbero dovuto pagare allo Stato per il solo fatto di non essersi vaccinati. Infatti, se ci fai caso, i deficenters non pongono certo l’accento sui milioni di morti che noi ultra50 avremmo provocato non vaccinandoci, anche perché i morti non ci sono, ma sui milioni di euro che, con la abrogazione delle multe, lo Stato non andrà a percepire.

Ne fanno una questione finanziaria perché è sempre stata una questione finanziaria, mai sanitaria.

Ma una tassa su un aspetto di salute è completamente incostituzionale perché non rispetta il principio di progressività del reddito. È come una tassa di cento euro per tutti quelli che hanno un cane giallo o un gatto nero…

A parte questo, però, chi è che avrebbe dato più danno alle finanze dello Stato? Noi ultracinquantenni non vaccinati che ci siamo rifiutati di pagare la multa inventata da un provvedimento demente, o tutti quelli che si sono vaccinati con una sostanza pagata dallo Stato?

Se andiamo a vedere cosa ha speso la Repubblica per tutte le dosi inoculate non arriviamo a una cifra milioni di volte superiore a quella delle multe dei non vaccinati?

In tutto questo, noi non vaccinati stiamo benone, i vaccinati non altrettanto: alcuni sono morti, altri hanno richiesto cure, anche complesse, al sistema sanitario.

Chi credi, infatti, che pagherà il risarcimento del danno ai familiari di Stefano Paternò e Camilla Canepa?

Se fosse stato per noi non vaccinati lo Stato italiano non avrebbe speso un centesimo né in vaccini che, quando è andata bene, sono stati solo inutili, né nei risarcimenti dei danni e nei trattamenti sanitari per gli effetti collaterali.

E adesso i vaccinisti, dopo avere letteralmente buttato nel c3ss0 miliardi di euro e danneggiato la salute di tantissime persone, se la vengono a prendere con noi non vaccinati perché non paghiamo la loro multa che, finanziariamente parlando, è un bicchiere in confronto ad un oceano?

Non paghi di questa incredibile enormità, ci dobbiamo anche sentir dire dai vaccinisti che noi siamo quelli che «non rispettano le regole», non hanno il senso dello Stato e altre amenità del genere?

Amico, la nostra unica colpa è stata solo quella di non essere dei c0gl10n1. Se fosse stato per noi, lo Stato italiano non avrebbe scialacquato i miliardi di euro che ha buttato e le persone starebbero molto meglio e più in salute di adesso. Se devi prendertela con qualcuno, prenditela con te stesso e con le tue scelte sbagliate. Noi abbiamo giocato secondo le regole, quelle di volerci bene e di non fidarci di intrugli inverosimili, rispettando sempre comunque le scelte altrui.

Non darci colpe che non abbiamo, tutte le tue considerazioni sono respinte al mittente con miliardi di interessi.

Andate a farvi inoculare e lasciateci in pace.

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Tutto è uno.

Quindi i pluridosati che prendevano ugualmente il covid avrebbero impedito a me, non vaccinato, di prenderlo?

Tipo io e te abbiamo mal di testa, l’Aulin lo prendi solo tu e l’unico cui passa, grazie alla tua assunzione, sono io?

Questo è puro pensiero magico, siamo oltre l’omeopatia, altro che scienza: è pura fantasia.