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Fauci tace, il diario parla. Chi risponde in Italia?

Il diario di Fauci riapre il caso Covid. Leggi perché medici, Ordini e media italiani devono rispondere delle scelte compiute.

1) Quando chi parlava sempre sceglie il silenzio.

Per anni Anthony Fauci è stato una delle voci più ascoltate al mondo. Appariva nelle conferenze stampa, nei telegiornali, nei talk show e sulle copertine delle riviste. Le sue parole non restavano confinate negli Stati Uniti: contribuivano a definire il perimetro di ciò che poteva essere detto sulla pandemia, sulle sue origini e sulle misure adottate per affrontarla.

Il 29 luglio 2026, davanti alla Commissione per la sicurezza interna e gli affari governativi del Senato americano, lo scenario si è capovolto. Fauci, convocato sotto giuramento, si è avvalso più di cento volte del Quinto emendamento, rifiutandosi di rispondere alle domande per non rischiare di incriminare sé stesso.

Il silenzio non equivale a una confessione e il diritto di non rispondere vale anche per le persone che non ci piacciono. Questo principio non va piegato alla convenienza politica. Ma resta una scena potentissima: l’uomo presentato per anni come incarnazione della competenza scientifica non ha voluto chiarire davanti al Congresso le decisioni, le comunicazioni e i rapporti istituzionali della stagione Covid.

La pagina ufficiale dell’audizione al Senato documenta data, sede e ruolo del testimone. Il 6 agosto la commissione, con un voto lungo le linee di partito, ha approvato una risoluzione per oltraggio al Congresso e trasmesso la questione al Dipartimento di Giustizia. È importante dirlo correttamente: si tratta di un deferimento politico-istituzionale, non di una condanna penale definitiva.

2) Il diario di Fauci non è una sentenza, ma apre domande.

Pochi giorni prima dell’audizione, il senatore Rand Paul aveva reso pubbliche più di mille pagine del diario tenuto da Fauci dal dicembre 2019 al dicembre 2022. Sono annotazioni quotidiane che raccontano riunioni, telefonate, dubbi, tensioni con Donald Trump e crescente notorietà mediatica.

Il diario non contiene la confessione semplice e totale che alcuni gli attribuiscono. Non vi si legge una prova conclusiva dell’origine artificiale del virus, né l’ammissione che ogni misura sanitaria fosse priva di fondamento. Un resoconto dell’Associated Press sul diario di Fauci osserva, per esempio, che in una nota del gennaio 2020 Fauci formulava sull’origine naturale una valutazione molto simile a quella poi espressa pubblicamente.

Questo non rende il documento irrilevante. Al contrario, il diario conferma che l’ipotesi di un incidente di laboratorio fu discussa fin dall’inizio ai massimi livelli e che tra gli scienziati esistevano dubbi reali. Il problema politico nasce dal contrasto tra quella complessità privata e il modo spesso categorico con cui il dibattito pubblico fu successivamente delimitato. Un’ipotesi ancora aperta venne troppo facilmente trattata come una fantasia indegna di discussione.

Il diario mostra anche quanto Fauci fosse immerso nel circuito della celebrità mediatica. Annotava interviste, apprezzamenti di personaggi famosi e il proprio crescente ruolo pubblico mentre il Paese attraversava una tragedia. Non è un reato compiacersi dell’attenzione ricevuta, ma è legittimo domandarsi se quella trasformazione da funzionario a icona abbia favorito una personalizzazione dannosa della scienza.

La scienza non dovrebbe dipendere dalla credibilità di un uomo solo. Ha bisogno di dati accessibili, conflitto tra ipotesi, controlli indipendenti e possibilità di correggere gli errori senza trasformare ogni revisione in un tradimento.

3) Il punto non è proclamare un nuovo dogma.

Sarebbe un errore sostituire il dogma di ieri con quello opposto. L’origine di SARS-CoV-2 non è stata definitivamente provata in un senso o nell’altro. Il diario di Fauci non risolve da solo la questione, così come l’invocazione del Quinto emendamento non dimostra automaticamente una colpa.

La critica seria deve resistere alla tentazione dell’esagerazione. Se attribuiamo a un documento parole che non contiene, offriamo a chi non vuole discutere l’occasione perfetta per liquidare tutto come disinformazione. Le domande più solide sono già abbastanza gravi senza bisogno di essere gonfiate.

Perché l’ipotesi del laboratorio fu pubblicamente marginalizzata quando era discussa in privato? Quale ruolo ebbero le strutture finanziate dal NIAID nella ricerca sui coronavirus? Come furono gestiti i conflitti di interesse? Perché una parte della comunicazione sanitaria trasformò valutazioni provvisorie in certezze morali? E perché oggi ottenere risposte richiede audizioni, mandati e pubblicazioni forzate di documenti?

La vicenda americana ci ricorda che “fidarsi della scienza” non può significare fidarsi ciecamente di chi parla in suo nome. Significa pretendere procedure verificabili anche quando l’emergenza spinge tutti ad avere fretta.

4) In Italia gli Ordini eseguirono la legge, ma non solo.

In Italia l’obbligo vaccinale per gli esercenti le professioni sanitarie fu introdotto dal decreto-legge 1 aprile 2021, n. 44. La vaccinazione divenne requisito essenziale per esercitare la professione e l’accertamento dell’inadempimento determinava l’immediata sospensione. Dopo le modifiche normative, agli Ordini territoriali furono attribuite verifiche, comunicazioni e annotazioni nell’Albo.

Questo dato impedisce una semplificazione: gli Ordini dei medici non inventarono autonomamente l’obbligo. Applicarono una legge dello Stato. La stessa norma qualificava la sospensione come dichiarativa e non disciplinare. Anche la Corte costituzionale, valutando le conoscenze disponibili in quel momento, ritenne non irragionevole né sproporzionata la scelta legislativa.

Ma “eseguivamo la legge” non basta a chiudere il giudizio storico e deontologico. Un Ordine professionale non è un semplice terminale informatico. Dovrebbe tutelare la dignità degli iscritti, vigilare sul consenso informato, garantire il contraddittorio e conservare uno spazio per il dubbio clinico. Avrebbe potuto applicare la norma senza adottare il linguaggio della colpevolizzazione e senza confondere l’inadempimento amministrativo con l’indegnità morale.

Le comunicazioni della FNOMCeO mostrano quanto fosse concreta la macchina delle sospensioni: annotazione immediata, comunicazione alla Federazione e al datore di lavoro, permanenza del provvedimento fino all’adempimento. La comunicazione FNOMCeO del 6 dicembre 2021 rende visibile questa catena operativa.

Il punto critico è il comportamento complessivo: l’assenza di una difesa pubblica altrettanto forte per chi chiedeva valutazioni individuali, la scarsa tolleranza verso il dissenso interno e l’adesione quasi totale alla narrazione governativa. Ne avevo già parlato nel post Ordine dei Medici denuncia “no vax”, ricordando quanto fosse improprio usare un’etichetta indistinta al posto dell’analisi dei singoli casi.

5) Trasmissione, protezione e consenso furono confusi.

Uno dei nodi più delicati riguarda la trasmissione. I vaccini Covid furono autorizzati principalmente per proteggere dalla malattia, non sulla base di una specifica autorizzazione a impedire il passaggio del virus da una persona all’altra. Gli studi successivi hanno mostrato che la vaccinazione poteva ridurre anche il rischio di infezione e trasmissione, soprattutto con le prime varianti, ma senza eliminarlo e con un’efficacia diminuita nel tempo e con Omicron.

Questa distinzione, oggi spiegata chiaramente anche dall’Agenzia europea per i medicinali, avrebbe dovuto essere centrale nel dibattito italiano. Invece la protezione dalla malattia grave, la riduzione temporanea della trasmissione e l’impossibilità di contagiare furono spesso messe nello stesso contenitore comunicativo.

Anche la sicurezza meritava un linguaggio più preciso. Le autorità hanno riconosciuto eventi avversi rari, tra cui miocardite e pericardite associate ai vaccini a mRNA in determinati gruppi. L’AIFA pubblica i rapporti di farmacovigilanza, che devono essere letti distinguendo una segnalazione temporale da un nesso causale accertato.

Non è corretto sostenere che ogni malattia comparsa dopo una dose sia stata provocata dal vaccino. È altrettanto scorretto trattare chi segnala un danno come un nemico della scienza. Il consenso informato richiede entrambe le cose: non inventare causalità e non nascondere rischi, limiti e incertezze.

6) I media italiani scelsero quasi tutti lo stesso campo.

Durante la campagna vaccinale, la grande maggioranza dei media italiani sostenne la vaccinazione e, molto spesso, anche gli strumenti coercitivi costruiti intorno a essa. Non si può parlare di unanimità matematica: alcune testate diedero spazio agli eventi avversi, ai dubbi su AstraZeneca, alle proteste contro il Green Pass e a posizioni critiche. Ma il tono prevalente fu chiaramente favorevole alla linea istituzionale.

Il problema non era spiegare i benefici dei vaccini. Esistevano dati solidi sulla riduzione della malattia grave e della mortalità, specialmente nelle persone anziane e fragili. Il problema era la quasi scomparsa delle distinzioni, il ricorso alle etichette e la trasformazione del giornalismo in una campagna pedagogica.

Troppo spesso non si discuteva se un obbligo fosse proporzionato per ogni fascia di età e condizione personale; si decideva chi fosse responsabile e chi no. Non si confrontavano apertamente le incertezze; si convocavano gli stessi esperti, si ripetevano le stesse formule e si relegava il dissenso in una categoria indistinta popolata da ignoranti, estremisti e complottisti.

Il Reuters Institute rilevò già nel 2021 la scarsità di giornalisti scientifici specializzati e una copertura italiana della pandemia e dei vaccini sensazionalistica, contraddittoria e concentrata sulle indiscrezioni sulle restrizioni. Questo giudizio è più utile di qualsiasi teoria di una regia unica: descrive un sistema mediatico che, per impreparazione, conformismo e ricerca dell’audience, finì spesso per amplificare il potere invece di controllarlo.

Su questo blog avevo denunciato il problema in Media: quanto può essere grande il marciume?. Oggi la domanda resta la stessa: chi ha usato toni assoluti ha il coraggio di riesaminare pubblicamente ciò che disse?

7) La responsabilità comincia dalla memoria.

Il caso Fauci non deve diventare un alibi per dimenticare le responsabilità italiane. Negli Stati Uniti il confronto è durissimo, politicizzato e talvolta fazioso, ma documenti, audizioni e voti parlamentari costringono almeno le istituzioni a tornare sui fatti.

In Italia la discussione appare molto più debole. Gli Ordini ricordano di avere applicato la legge, i politici si rifugiano nell’emergenza e i media cambiano argomento. Eppure migliaia di professionisti furono sospesi, milioni di cittadini subirono limitazioni e l’intero Paese venne diviso secondo il possesso di una certificazione.

Nel recente articolo Draghi, Green Pass e il dovere di non dimenticare ho ricordato che quelle misure non sono oggi operative, ma il precedente politico e amministrativo resta. Proprio per questo serve una ricostruzione onesta, non una vendetta.

Rispondere significa pubblicare i documenti, distinguere i dati dalle decisioni politiche, ascoltare chi ha subito danni, riconoscere gli errori di comunicazione e valutare le responsabilità caso per caso. Non significa condannare tutti i medici, tutti i giornalisti o tutti i vaccinati. Le generalizzazioni che critichiamo non diventano accettabili quando le usiamo contro gli altri.

La lezione più importante è semplice: nessuna autorità deve essere trasformata in un oracolo. Chi esercita potere sanitario, politico o mediatico deve poter essere interrogato. E quando le domande arrivano, il silenzio può essere un diritto individuale, ma non può diventare la risposta collettiva delle istituzioni.

8) Passa all’azione.

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Di tsolignani

Tiziano Solignani è avvocato cassazionista. Su Noi non vaccinati approfondisce consenso informato, libertà di scelta sanitaria e tutela giuridica dei diritti individuali.

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